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INCORPOREO
Arginare un corpo è riformularne incessantemente gli orli. E in questa sottolineatura si onora il tentativo di cucire il peso di una vita, di un contenitore che si altera con l’incedere dei giorni.
Le pellicole trasparenti, le calze colorate, le arance o le mollette da bucato sono una milizia di oggetti, scorze, che si pone in dialogo con l’ostinato organismo: che avanza, deborda (il tapino), trabocca, trova i rimpalli impeccabili tra i cugini inanimati che lo fregiano e che seguitano, ignari, a non rivelarne la sostanza; non siamo il nostro corpo.
Lo abitiamo, lo viziamo, proviamo a guidarlo, lo auscultiamo ma resta un perfetto sconosciuto che vive more uxorio presso il nostro domicilio.
Ed ecco che, talvolta, l’impalpabile affiora oltre la consunzione oggettiva; quella fisicità assurge a cassa di risonanza di uno spirito che, messi a tacere gli sberleffi di attenzione del famigerato sanguinante, trova il suo zenit e armonizza con l’aria intorno a lui; rendendolo propagatore di senso universale, finalmente.
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